Ebrei tra Torà, Sionismo e Resistenza durante la guerra

La conferenza con Massimo Giuliani e Fernando Orlandi

“Ebrei tra Torà, Sionismo e Resistenza negli anni del secondo conflitto mondiale”. Questo il titolo della conferenza-dibattito nel decimo incontro del ciclo “La seconda Guerra dei Trent’anni”, organizzato dal Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e dalla Fondazione Museo Storico del Trentino.

Il relatore principale, Massimo Giuliani - laureato in filosofia (cum laude) all’Università Cattolica di Milano. Nel 2000 ha conseguito il Ph.D. alla Hebrew University di Gerusalemme. Prima di trasferirsi al Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'università di Trento ha insegnato negli Stati Uniti, alla George Mason University – ha interpretato il tema dell'incontro seguendo la traccia della domanda su che cos'era l'Ebraismo, soprattutto in Italia, negli anni '30.

Un ebraismo caratterizzato da un «altissimo grado di assimilazione». In un ambiente politico e sociale come quello dello Stato Pontificio che di fatto emarginava gli ebrei, ove anche per gli italiani i diritti civili erano poca cosa, molti furono gli ebrei che parteciparono alle battaglie risorgimentali e che cominciarono a essere considerati dai loro stessi correligionari come veri e propri martiri disposti al sacrificio per amore della patria.

L'emancipazione introdotta da Carlo Alberto di Savoia (29 marzo 1948) con il riconoscimento dei diritti civili e politici degli ebrei - le comunità ebraiche, sparse su tutto il territorio del Regno, avevano come guida le comunità di Torino (rabbino capo Lelio Cantoni) e di Casale Monferrato – aveva suscitato una riconoscente risposta da parte dell'ebraismo italiano che si identificava in un comune sentimento sionista non in contraddizione con l'essere e il sentirsi italiani, pur tra due opposti estremismi.

L'antifascismo del Movimento Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli, che nel 1934 a Torino vide l'arresto di molti ebrei antifascisti, tra i quali anche Carlo Levi, e l'adesione convinta al fascismo dei così detti “bandieristi” che editarono a Torino la rivista fascista “La nostra bandiera”.

Tra le molte persone citate da Giuliani nel tentativo di descrivere questo complicatissimo quadro che in meno di 50 anni coinvolse gli ebrei italiani in «un vortice di eventi difficilmente controllabili», vi è la figura, emblematica per le sue vicende anche personali, di Rav David Prato.

Nato a Livorno nel 1882 e trasferitosi giovanissimo a Firenze alla scuola di Rav Margulies, fu Gran Rabbino ad Alessandria d’Egitto (dove c’era una folta comunità ebraica in buona parte italiana) e Direttore del Collegio rabbinico di Rodi (che dal 1912 era sotto il dominio italiano), ove diede grande impulso all’educazione ebraica, nelle scuole e nelle comunità in generale. Fu rabbino capo di Roma e Direttore del Collegio rabbinico negli anni 1937-38, incarico che abbandonò per questioni sue personali e nell'avvento dell'introduzione delle leggi razziali.

Fu richiamato a ricoprire quell'incarico nel 1945, e fino al 1951, a rimedio di quella ferita mai più dimenticata che fu il rabbinato di Israel Zolli, protagonista di una scandalosa e sconvolgente conversione al cattolicesimo. La figlia di David Prato fu deportata in Germania e uccisa in un campo di concentramento assieme al marito, fascista e cattolico, lasciando in Italia due figli battezzati in chiesa.

Giuliani ha citato una lettera ritrovata negli archivi della comunità ebraica di Roma con la quale Rav Prato rispondeva nel 1951 all'allora Ufficio dell'Erario (una specie di Equitalia del tempo) che pretendeva la riscossione di una tassa sull'immobile appartenuto alla figlia e andato distrutto durante la guerra. Il tono di quella lettera ci ha fatto ricordare quanto scriveva un'altra ebrea polacca uccisa nel 1919 per la sua opposizione radicale alla guerra, Rosa Luxemburg, nel suo libro, La Rivoluzione russa (1918):

«Senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitata, libera lotta d’opinione in ogni pubblica istituzione, la vita si spegne, diventa apparente e in essa l’unico elemento attivo rimane la burocrazia». Se tanto ci dà tanto, l'incontro con Massimo Giuliani ci ha fatto pensare che forse per riaccendere la vita, non solo culturale, di questa nostra Italia di oggi, bisognerebbe ritrovare quelle connessioni smarrite con il pensiero e la cultura ebraica, una priorità per non morire di burocrazia.

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