CSSEO, «Gli anni di piombo 30 anni dopo»

CSSEO, «Gli anni di piombo 30 anni dopo»

TRENTO - La Biblioteca Archivio del CSSEO organizza, mercoledì 25 maggio 2016, alle 17,30, nella “Sala degli Affreschi” della Biblioteca comunale (Via Roma 55), l’incontro-dibattito “Gli anni di piombo 30 anni dopo”.

Marco Boato e Fernando Orlandi discutono con Vladimiro Satta, autore de “I nemici della Repubblica” (Rizzoli, 2016).

Dalla fine degli anni ‘60 agli ‘80 inoltrati, l’Italia fu scossa da una fitta serie di eventi violenti di vario tipo e di diversa matrice ideologico/politica: manifestazioni di protesta sociale aggressive e distruttive, scontri fisici e reciproci agguati fra estremisti, lotta armata praticata da formazioni clandestine, bombe, trame golpiste. I morti furono centinaia, i feriti una moltitudine. Gli attacchi contro la democrazia furono di provenienza varia, e non già un’unica trama recitata da attori che un Grande Vecchio travestiva con costumi dai colori diversi di volta in volta.

All’origine di questi fenomeni vi fu una combinazione di tensioni sociali e di tradizioni politiche e ideologiche estremistiche le quali diedero prospettive rivoluzionarie alla protesta (o suscitarono tentazioni di risposte autoritarie).

In Italia i modelli totalitari e i radicalismi di destra e di sinistra godevano di una popolarità ormai desueta presso altre democrazie occidentali. La faziosità, la diffidenza e la poca o nulla legittimazione reciproca tra i differenti poli dello schieramento politico contribuivano a fare del ricorso all’uso della forza un’opzione che veniva presa in seria considerazione da più parti. L’alto livello delle libertà civili e politiche offriva ai nemici della democrazia l’opportunità di abusarne con finalità antidemocratiche. Le condizioni economiche della popolazione erano sensibilmente migliorate dal dopoguerra in avanti, ma gli eversori di destra e i rivoluzionari di sinistra avversavano la trasformazione della società e dello stile di vita degli italiani in direzione consumistica. Fortunatamente i “neri” e i “rossi”, essendo acerrimi nemici fra loro, non strinsero alleanze (anche solo tattiche). Inoltre, le differenti offensive arrivarono ai rispettivi apici in tempi non coincidenti – tra fine anni ‘60 e inizio ‘70 la destra, circa dieci anni dopo la sinistra.

Lo spazio che i violenti, i terroristi e gli eversori si conquistano non dipende soltanto da loro e dai loro simpatizzanti, ma anche dal modo e dalla misura in cui le istituzioni reagiscono. Eppure, finora il versante degli apparati statali è stato poco esplorato o, quando lo si è fatto, è stato esclusivamente alla ricerca di complicità tra le istituzioni e coloro che volevano abbatterle. Invece la risposta dello Stato democratico ai suoi nemici, fatta di luci e di ombre, va analizzata prestando alle une la medesima attenzione che si presta alle altre. Emerge così un quadro assai più realistico di quelli proposti dalle consuete raffigurazioni in chiave di complotto, le quali non a caso risultano a volte caricaturali e altre volte nebulose, mai convincenti. In realtà, gli errori e le manchevolezze di vario tipo furono compensate da decisioni opportune e da successi che, messi insieme, portarono alla vittoria finale e spiegano perché mai la maggioranza degli osservatori stranieri non condivida il giudizio profondamente negativo sull’operato dello Stato italiano nei cosiddetti “anni di piombo” che presso di noi è assai diffuso e, anzi, tenda ad una valutazione positiva.

Tutti gli aggressori della democrazia hanno fallito. Le istituzioni repubblicane hanno vinto, e hanno vinto abbastanza bene, nel complesso.

Hanno stravinto sul piano politico, in quanto le forze avversarie si sono disgregate e non sono mai più state capaci di ripresentarsi con lo stesso grado di consistenza che avevano raggiunto nei cosiddetti anni di piombo.

Hanno vinto sul piano del diritto, in quanto hanno respinto gli attacchi usando quasi sempre mezzi compatibili con i principi costituzionali e con l’ordinamento giuridico. Anche la legislazione di emergenza, adottata nel momento più critico, fu proporzionata rispetto alla situazione e opportunamente limitata nel tempo. I reparti operativi speciali posti sotto il comando del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa furono legittimamente costituiti dall’autorità politica, rispettarono il mandato ricevuto, agirono correttamente e furono sciolti a tempo debito.

Le istituzioni hanno vinto pure sotto l’aspetto giudiziario, sebbene qui in maniera incompleta. I terroristi di sinistra sono stati in larga misura individuati, arrestati e condannati a dovere, i fascisti meno. È ipotizzabile che la differenza sia stata determinata più dalla tipologia dei reati in questione che dall’ideologia dei colpevoli. Scoprire e colpire i guerriglieri urbani era meno difficile che fare altrettanto nei confronti di chi metteva bombe (ad esempio gli attentatori al treno Italicus, nell’agosto 1974). Riguardo allo stragismo, va ricordato però che influirono negativamente sul corso delle indagini pure altri fattori, in parte accidentali (testimonianze incerte e lacunose, scoperte fortuite) ed in altra patologici (iniziale riluttanza del SID a collaborare nell’inchiesta che vedeva coinvolto l’agente Guido Giannettini, improvvide relazioni intrecciate negli anni ‘60 tra apparati statali ed estremisti di destra in prospettiva di un’eventuale guerra contro il comunismo). Talvolta, poi, i processi non approdarono a nulla perché si andò a giudizio sulla base di costruzioni accusatorie fragili.

La sentenza sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna è definitiva sul piano giudiziario ma poco convincente su quello storico, laddove è ipotizzabile che la pista giusta, piuttosto, fosse quella di una ritorsione palestinese.

Sarebbe stato possibile debellare gli aggressori più rapidamente e meglio? Si può dire che in alcune fasi la risposta dello Stato tardò a scattare (nei primi anni, soprattutto) o stentò (su tutte, le settimane del sequestro Moro), ma in altre fu tempestiva ed efficace (per esempio, l’originale normativa sui cosiddetti pentiti e l’azione dei reparti speciali capeggiati da Dalla Chiesa).

Vi furono motivi di carattere organizzativo, operativo e normativo per i quali gli apparati preposti all’ordine pubblico e alla sicurezza funzionarono meglio in alcuni momenti che in altri, nonché motivi culturali e politici.

Riguardo ai pericoli da destra, inizialmente le mobilitazioni antifasciste furono monopolio della sinistra, parlamentare ed extraparlamentare. Si dovette attendere il 1973-74 per avere chiari segnali di reazione da parte dei governanti, consistiti principalmente nello scioglimento di Ordine Nuovo (misura più tardi replicata per Avanguardia Nazionale), nell’aggiornamento della legge Scelba e in nuove direttive impartite al SID, che nel contempo fu sottoposto ad un salutare rinnovamento degli organigrammi.

I ritardi nei confronti dell’eversione di sinistra furono più lunghi e più forieri di conseguenze negative, perché nel frattempo si verificò un’accumulazione di forze attaccanti che rese più ardua la soluzione del problema quando poi quest’ultimo fu preso di petto, essendo sopravvenuta una piena coscienza del pericolo. Allora i governanti corsero ai ripari, con provvedimenti spesso appoggiati anche dalle opposizioni. Tale meccanismo agì una prima volta all’indomani dell’eclatante sequestro Sossi e si ripeté quattro anni dopo a seguito del sequestro e omicidio di Moro.

Tutto sommato, lo Stato sconfisse i suoi aggressori dando una prova di efficienza non disprezzabile e, a ben vedere, migliore di quella fornita di fronte ad altri problemi, alcuni dei quali si posero proprio negli stessi anni e si trascinano ancora oggi in termini sostanzialmente invariati o peggio aggravati, a differenza di quelli di ordine e sicurezza interna.

Vladimiro Satta, storico e dal 1987 documentarista del Senato, dal 1989 al 2001 si è occupato della documentazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi. Suoi sono numerosi contributi su questi temi pubblicati nella rivista “Nuova storia contemporanea”. Ha pubblicato anche “Odissea nel caso Moro” (Edup, 2003) e “Il caso Moro e i suoi falsi misteri” (Rubbettino, 2006). Dal 2004 sono al Servizio Studi del Senato.

 

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