La stiratrice

dipinto a olio su tela, 1884, Edgar Degas, Le stiratrici

Era un primaverile pomeriggio d’ozio e riposo.

Carlo si annoiava affondato nel puff di palline di polistirolo in un angolo del soggiorno, mentre Gianna gli dava la schiena stirando. Il leggero ondeggiare delle anche e l’apparire e lo sparire del ferro da stiro che scivolava vaporoso sulle camicie s’inserivano in un quadretto da esercizi di danza classica dentro la fantasia di Carlo.

Le braccia erano sempre in armonia con il corpo e l’effetto risultava molto sensuale. Come impugnava il manico del ferro da stiro! Aveva dita affusolate e unghie ben curate, smaltate di perla. Un punto luminoso s’accendeva tra le cosce della donna quando questa sollevava la camicia per posizionarla meglio sull’asse da stiro, posto di fronte alla vetrata che dava sul giardino assolato. Indossava un paio di jeans scuri che le fasciavano, risaltandole, le appetitose forme.

Da quasi un’ora non scambiavano una parola, ciascuno occupato di se, e Gianna non s’avvedeva per nulla di quello sguardo che la radiografava. Eppure pareva muoversi con un preciso intento seduttore, pensava Carlo. Di certo ci sarebbe stata se solo avesse trovato il coraggio di chiederglielo. Chissà? Una leggera vibrazione gli solleticava la zona pelvica e le mani cominciarono a sudargli tanto che se ne avvide.

Eccolo lì, unico e privilegiato spettatore di quel dramma erotico inconsapevolmente inscenato da una comparsa d’eccezione, selezionata dalla sorte per quell’unico istante della sua vita: le cinque della sera di un giugno fantastico. Un cavallo, ci sarebbe voluto, bianco, da cavalcare a pelo, in calzamaglia e mantello azzurro. Sarebbe passato al trotto e sbilanciandosi verso di lei al momento opportuno l’avrebbe raccolta, catturata, portata via da lì, cavalcando giorno e notte fino a quel nuovo mondo, sconosciuto, dove avrebbe potuto farle sperimentare ogni dolcezza ed ebbrezza della sua passione amorosa.

La luce calò all’improvviso e inaspettatamente un tuono crepitò nell’aria. Sta per arrivare un temporale, disse lei, chi l’avrebbe detto? Già, chi l’avrebbe detto? Non certo lui che tutto si aspettava tranne uno sconvolgimento ormonale di quelle dimensioni. Sta solo stirando, ripeteva tra se, tra poco finirà e se ne tornerà a casa sua. Così potrà alzarsi e andare a prendere una birra dal frigo, accendere la tivù e spaparanzarsi sul divano a guardare i mondiali di calcio.

Era questo il destino, il disegno consueto, anche di quel giorno. Perché avrebbe dovuto variare? Che c’entra Gianna col suo bel sedere? Ho sempre avuto paura dei temporali, disse lei. Ah, sii? Mio padre mi raccontava sempre una favola per farmi passare la paura. Una favola? Te la racconterei anch’io, pensò Carlo, mentre un accesso d’acquolina gl’invadeva le fauci. Si capisce, i bambini hanno bisogno di favole. A lei quale raccontavano in quei momenti? Fa lei, come se chiedesse che ora è. Nessuna. Anzi, no. Una me la ricordo. Me la raccontava mia nonna: la principessa sul pisello.

La ragazza sorrise, voltando il viso verso di lui da sopra la spalla sinistra. Un insieme eccezionalmente sensuale e malizioso, pensò Carlo. Vuoi? Chiese. Che cosa? Disse lei. Essere la mia principessa sul pisello? Sparò Carlo a mezza voce. Un altro tuono s’inserì prima della risposta di lei. Risposta che non venne. Un paio di colpi alla manica dell’ultima camicia. Poi si chinò senza piegare le gambe, a estrarre la spina del ferro dalla presa. Un sedere davvero seducente, pensò Carlo.

S’avviò verso l’uscita, prese di passaggio un soprabito leggero, color crema, se l’infilò, prese la maniglia e la tirò, dicendo: Guardi che non vengo giovedì perché mia sorella torna dall’Australia. Dica alla signora di chiamarmi per la settimana prossima. Arrivederci. Ciao, bel bocconcino, pensò Carlo. Arrivederci. Passò un istante nel silenzio. Un istante di solitudine. Poi Carlo si ricordò della birra in frigo.

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