Distacchi

Distacchi

Starsene in mutande, la domenica pomeriggio. La prima di un luglio caldissimo.

Contemplando come un analfabeta la grande libreria nel proprio studio con quasi millecinquecento volumi, tra romanzi, manuali, enciclopedie e libri di teologia. Carlo aspettava quel momento di relax, si isolava dal resto del mondo, dai legami familiari e dagli impegni di lavoro. Nessuna necessità di organizzare il tempo libero.

Nessuno ad aspettarsi qualcosa da lui in quel piccolo spazio di tempo. Capita, in quell’interstizio magico, su quel masso provvidenziale al centro del vorticoso torrente della sua vita quotidiana che venga catturato dal dorso di un libro, ammaliato da un titolo e come costretto a leggere fino alla fine un romanzo, un saggio o, fosse anche, un manuale di chimica o teologia.

Quel giorno fu la volta di un libro di Judith Viorst, Distacchi. Preso il volume e soppesatolo per qualche secondo tra le mani, come se dovesse decidere di acquistarlo, Carlo andò subito con il pensiero a quelle situazioni di distacco imposte alle persone dalla perdita di una persona amata. Scorrendo la quinta di copertina, comprese che in realtà il tema del libro era assai più vasto e complesso di quanto il titolo faceva supporre.

La perdita non è solo abbandono, ma pure rinuncia ai sogni romantici, alle aspirazioni impossibili che investono tutti i rapporti umani. Rinuncia a ogni pretesa d’invulnerabilità. Vi sono degli strappi dolorosi, forse necessari, che affrontiamo per poter crescere e confrontarci con la realtà. Carlo rimase immerso nella lettura per quasi tre ore senza che nessuno lo disturbasse.

Giunto alla fine, contento di aver impiegato quel tempo in compagnia di Judith Viorst, si sentì stranamente carico di energia. Entusiasta andò in cucina e si mise a preparare la cena per sua moglie e suo figlio undicenne. Sarebbero tornati di lì a poco da una gita in montagna.

Verso le sette suonarono alla porta. Non può essere Elena, pensò Carlo, lei ha la chiave. Andò ad aprire e gli apparve un carabiniere con una cartella gialla sotto braccio. Si salutarono. «Posso entrare?», disse il carabiniere, ma Carlo non si mosse. Per qualche secondo lo guardò con gli occhi sbarrati dal terrore.

Poi il suo sguardo oltrepassò quella figura nera e andò a ricreare l’immagine di una domenica pomeriggio di sei anni prima. Un grande prato dove lui, con Elena e il piccolo Luigi, stavano facendo un pic-nic. Erano felici, ma quei giorni non si erano più ripresentati. Erano felici, ma passati.

Il carabiniere non osò forzare l’immobilismo di quell’uomo in mutande, così ridicolo eppure tanto tragico da intimorirlo. Disse solo: «Devo darle una…». Carlo indietreggiò, chiuse la porta e andò a sprofondarsi nella poltrona in salotto, afferrò il telecomando e cominciò a fare zapping tra i numerosi canali del digitale terrestre.

Una emittente locale stava trasmettendo la notizia di una sciagura in montagna. Carlo spense subito e si mise a dormire. Nessuno lo avrebbe più risvegliato...

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