Ritrovarsi in un vecchio baule

Ritrovarsi in un vecchio baule

La foto scivolò fuori da una vecchia edizione sgualcita del “Libro della Giungla” che Evy aveva aperto a caso, dopo averlo trovato nel doppio fondo di un baule di legno, scovato in soffitta.

Dall’incisione sul cofano bombato del baule, dedusse che fosse stato di proprietà di sua nonna Evelina, e ritornato con questa, vedova, da un’America inospitale e assassina, più di cent’anni prima. Tenne la foto nella mano sinistra e il libro aperto nella destra alla pagina con la canzone di Shiva e la cavalletta, osservandoli come per cogliere un legame invisibile che certamente s'era creato tra i due oggetti durante tutto il tempo che erano rimasti a contatto.

Mentre Evy leggeva a mezza voce, seduta sui talloni, quelle parole: “Shiva, che seminò le messi e i venti fece soffiare, un giorno del lontano passato, assegnò a ciascuno la sua porzione di sorte e di mangiare, dal re sul guddee al povero alla porta. …”, l’immagine della foto in bianco e nero, un po’ ingiallita, prendeva forma e voce, emetteva suoni e odori.

Un sonoro nitrito la raggiunse dalla stalla adiacente la casa, quasi a commentare quel ritrovamento. Da quella immagine al nitrato d’argento emergeva una ragazza, non più che dodicenne, appoggiata a una bicicletta da uomo, fuori misura per la sua statura. Guardava sorridendo verso la persona dietro l’obiettivo.

Ritrovarsi in un vecchio bauleDoveva essere stato lo zio o il padre di Evelina a scattarla, pensò Evy andando con la mente ai racconti familiari che amava ascoltare dalla bocca di sua madre Teresa. Le venne in mente un suo bisnonno, Geremia, morto di Spagnola nel 1914.

Forse era stato proprio lui a fare quello scatto. La bambina sorrideva di una felicità composta, nel suo abitino chiaro di cotone.

Appoggiata alla canna della bicicletta che le passava sotto all’ascella destra, si teneva al manubrio con una sola mano, mentre l’altro braccio stava abbandonato lungo il corpo celando una certa impazienza nei riguardi di un fotografo troppo esigente che invece traspariva dall’espressione dello sguardo.

Dall’intorno la bambina emergevano suoni di telai a mano, di canti di donne e giaculatorie mentre si disfano i bachi da seta, odori di cipolle bollite e di sudore asciugato addosso, di bucati con la cenere e di uova appena fatte…

Le storie di una volta… – pensò Evy – mentre le attraversò la mente un altro racconto di sua madre: una certa signora Bice che si era data al postino, un ebreo di nome Salomone, per la disperazione del marito che si era poi buttato a bere…

O forse era capitato questo proprio perché il marito era dedito all’alcool? Vi era una certa confusione nei ricordi di Evy ma tutto sommato che importanza poteva avere ora? L’incontro con sua nonna dodicenne, quel libro, quel ritrovamento avevano forse un senso? Sicuramente! Pensò Evy, poco preoccupata però del peso da dare al fatto. Per lei tutto aveva senso.

Ogni cosa le capitasse durante la giornata o nei sogni notturni era una messaggio da un mondo ulteriore, eppure costantemente presente, e accompagnava la sua vita da sempre. Era andata a rovistare in quel vecchio baule senza un motivo preciso, ma piuttosto seguendo un istinto, una premonizione.

Era in cerca di qualche cosa per se, che la sollevasse del peso che sentiva premere sullo stomaco da qualche tempo. Suo padre… il suo amato papà, se n’era andato per sempre per una banalissima puntura d’insetto, uno schok anafilattico lo aveva ucciso, erano passati tre mesi, all’inizio della primavera.

Le mancava molto e il vuoto che aveva lasciato l’aveva cambiata. Non era più la stessa Evy di prima: quella Evy che poteva stare delle ore sul tetto di casa a contemplare la campagna sterminata tutto intorno o a suonare la chitarra e cantare in inglese le canzoni dei Beatles per un pubblico di grilli e cicale che zittivano per ascoltare Thank you girl o I call your name.

Il libro e la foto di sua nonna Evelina erano forse una traccia di quello che stava cercando? Un segnale? Un’indicazione terapeutica? Oppure non esisteva nulla di tutto ciò e aveva ragione la sua amica Carolina a continuare a ripeterle che era un’illusa e che la terapia migliore era fare i conti con la realtà nuda e cruda, senza fronzoli esoterico-sentimentali da scoppiata della New Age.

Evy dal canto suo si riteneva una persona normale. Suo padre le diceva invece che era speciale e che non ci sarebbe stato mai nulla che li avrebbe separati… mai! Ci aveva creduto, sempre! Ancor di più quando ricevette da lui in regalo Shomer, un bellissimo purosangue arabo dal mantello bianco immacolato.

Quando le dissero che era morto suo padre, Evy corse a rifugiarsi nel box di Shomer e stette alcune ore a piangere aggrappata al collo dell’animale che la sopportò per tutto il tempo senza muoversi. Spesso si faceva lunghe cavalcate per la campagna e poi nel bosco di conifere più a sud nella valle del torrente Marra.

Le piaceva andare sola con Shomer anche perché era difficile trovare qualcuno, tra quelli che conosceva, che avesse il tempo di accompagnarla. In effetti Evy era sola. Morto suo padre non le era rimasto che il cavallo a sostenere in lei qualche motivo all’esistenza.

La foto di nonna Evelina la colpì anche per questo: nonna stava appoggiata alla bici di suo padre come lei ora appoggiava la sua esistenza sul cavallo ricevuto in dono dal suo. Gli equilibri dell’esistenza! – pensò – E le coincidenze! Come se si stesse aprendo qualche cosa in me, come se dovessi capire qualche cosa da tutto ciò!

Era passata ormai da un po’ l’ora della cena, quell’ora così lieta che era solita vivere in serenità in compagnia di suo padre. Adesso si era trasformata in una sorta di obbligo quotidiano da consumare in solitudine e tutto sommato non andava mai oltre a qualche galletta con un po’ di formaggio e un bicchiere di latte.

Evy prese con se il libro e la foto e se ne tornò giù in salotto, accese la TV, si tolse le scarpe e si sdraiò sul divano. Un’angustia soporifera s’impadronì di lei e, di lì a poco, s’addormentò mentre alcune lacrime premevano sulle palpebre per uscire fuori a dire l’amarezza di quel momento. S’immerse in un sonno agitato; sognò suo padre, Shomer, e poi sua nonna Evelina che la rinchiudeva in una di quelle antiche gabbie medievali, appese in alto con dentro il condannato in attesa di morire.

All’alba un raggio di sole entrò diritto dalla vetrata del salotto e andò ad accarezzare il viso di Evy fino a svegliarla. Durante il sonno si era liberata di tutti gli indumenti ma non provava freddo data la temperatura gradevole di quel mattino d’inizio estate; si avvide anche di avere in mano ancora la foto ritrovata la sera prima.

Alzatasi per andare in bagno ebbe a passare davanti al grande armadio con le ante a specchio acquistato da sua madre molti anni prima. Si soffermò a valutare l’immagine riflessa del suo corpo. Provò una strana sensazione quasi si trovasse davanti a un’altra Evy. La sua figura minuta ma ben proporzionata richiamava le fattezze di una bambina piuttosto che quelle di una donna di ventiquattro anni.

Il seno asciutto, i fianchi stretti e due occhi, quasi troppo grandi ma bellissimi, neri come la notte. Uno strano segno sul retro della fotografia, rimandatogli dallo specchio, attirò la sua attenzione: era un’àlef, la prima lettera dell’alfabeto ebraico, scritto con la stilografica, in alto a destra. Evy non lo riconobbe come tale ma quel segno accese comunque la sua immaginazione e, d’un tratto, anche la sua percezione del mondo si fece più intensa.

Fece caso al cinguettio assordante di uno stormo di passeri che stava salutando l’inizio di quel giorno da dentro l’imponente chioma di un leccio cresciuto nei pressi dell’angolo a Sud-Est della casa. Uscì fuori, così come si trovava, senza niente addosso. Sospinta da un refolo di vento caldo, si diresse alla stalla dove stava Shomer.

Passata la soglia del fabbricato adibito a ricovero dell’animale Evy lo vide con l’emozione della prima volta che le accadde. Si guardarono negli occhi per un lungo attimo durante il quale parve esserci un qualche riconoscimento reciproco, ma delle rispettive anime. Evy liberò l’animale del morso e dei finimenti e, arrampicatasi sulla mangiatoia, gli saltò in groppa, afferrò la criniera con tutte e due le mani e gli diede una stretta ai fianchi con le ginocchia in modo da incitarlo a uscire.Ritrovarsi in un vecchio baule

Prima di uscire dalla stalla, allungò un braccio a prendere una vecchia lampada a petrolio appesa all’architrave dell’ingresso. Fece ruotare la pietra focaia del sistema di accensione e la gettò in terra tra la paglia.

Il fuoco divampò e di lì a poco avrebbe intaccato anche l’abitazione poiché era adiacente la stalla. Mentre Evy cavalcava, alle sue spalle l’incendio consumava la casa di suo padre, tutto il suo vecchio mondo, quello che era stato, cominciava a scomparire.

Cominciò inaspettatamente a piovere. Una pioggia leggera che bagnava il corpo nudo di Evy in groppa a Shomer. Le labbra del pube aderivano al dorso dell’animale provocando in Evy, con il movimento lento dell’andatura, una sensazione nuova che poteva collocarsi tra il piacere e l’assenza di contatto: un’adesione dell’anima di Evy alla vitalità del cavallo che facevano dei due un essere unico, nuovo, con nuove possibilità di affrontare il mondo.

Con l’irruenza di un’onda di marea che si abbatta improvvisa quella sensazione di unità travolse la mente di Evy e la lavò di un colpo di tutti i suoi ricordi, cancellando per sempre un passato dal quale si stava allontanando al piccolo trotto.

La ragazza col cavallo s’inoltrò nel bosco di conifere, nella valle del torrente Marra e nessuno la rivide più da quel giorno. Solo si racconta ogni tanto dell’avvistamento di un purosangue arabo che sfreccia solitario, di buonora, attraverso la pianura. Il suo mantello è così bianco e immacolato da sembrare una visione.

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