«Addaction!», donna rapita da un lampione

 lampione...

Una voce. D'un colore irresistibile. Da un punto sospeso a mezz’aria tra il lampione e l’insegna turistica, “HOTEL LIBERTY”. «Zampe da veranda volano nel vapore d’uomini...».

L’improbabile recitazione colse Giulia mentre pensava al suo fidanzato. Lo avrebbe dovuto incontrare di lì a poco. «Il suo rimpiattino rimbomba ridicolo come raggio prolungato...». Giulia s’arrestò e cominciò a roteare il capo cercando d’individuare la fonte di quel dire assurdo, ma affascinante.

«Piuma tra i pioppi la piazza fa pensare perigliosa annunciatrice di passi per ospedali e il pappagallo arrotino tra occhi di notte...». Non pareva umana, non doveva essere umana quella strana poesia, pur essendo pronunciata con delle risonanze toniche del tutto suadenti, che arrivavano immediatamente nell’intimo dell’anima.

«Di mura tra strascichi d’istanti a ipotecare incubi mentre affonda immaginando d’un bambino...». Fu alla parola “bambino” che Giulia si sentì sollevare vedendo avvicinarsi lentamente la luce del lampione. Sembrava fosse questa ad abbassarsi, ma era lei che si scostava dal marciapiede.

«Il camminare tra chiostri disegnati la gola grida guglie improvvise...». Ormai percepiva sul volto il calore profuso dal lampione, mentre la luce le aveva allagato lo sguardo. Un bianco intenso, un infinito fiume di latte scorreva in una valle completamente innevata. Su quel fiume cominciò a muovere i suoi primi passi in una dimensione nuova nella quale era stata invitata da quella voce.

Ciò che vide, le lunghe mani che la toccarono, il riposo che sperimentò in quel tempo che le parve dilatato in giorni, lo ricordò come un sogno, molto nitido, quando Carlo, il fidanzato, la rialzò da terra. Disse solo, «Sono incinta». Sapeva che sarebbero tornati, al momento giusto, a riprenderla.

Sapeva che non sarebbe più stato lo stesso per lei, per loro due, d’ora in avanti. A Carlo non disse niente. Lo avrebbe dovuto accettare, per forza, qualsiasi cosa sarebbe stata. Passarono sei mesi. Stavano abbracciati sul divano di casa, mentre alla Tivù trasmettevano in differita il concerto di capodanno. La voce si rifece sentire, «Lo specchio spera per secoli, ma la scimmia schianta nel risorgere...».

Giulia vi s'abbandonò fiduciosa. Un senso di dolcezza la pervase mentre affondava nel bianco infinito tra un lavorio amorevole di mani sinuose. Fu un istante. Vide gli occhi grandi del suo bambino, ma non le rimase che piangere rannicchiata tra le braccia di Carlo, dentro un Premaman ormai troppo largo.

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