Il soldato Al contro la pubblicità

Al

Sulla grande spianata d’arena davanti al golfo, il comandante aveva fatto preparare un ambone di legno che quattro uomini della truppa avevano assemblato con assi e chiodi staccati dalle case distrutte nella battaglia di quattro giorni prima.

Il caldo vento di phon aveva smesso da un po’ di soffiare e la temperatura cominciava a scendere sotto i trenta gradi, ma tutti gli uomini, schierati in attesa attorno al promontorio con l’ambone, sudavano sale. Il comandante in capo uscì dalla tenda accompagnato da Jmenez, il suo luogotenente più fidato.

Spese più di un minuto, prima di pronunciarsi, nel guardarsi attorno, soffermando lo sguardo su ciascun combattente, quasi volesse assorbire dal loro atteggiamento le parole giuste da dire. Un fischio secco dell’impianto d’amplificazione ruppe la magica atmosfera che quell’uomo carismatico era riuscito a creare prima del suo discorso.

«Alcuni di voi li hanno fatti prigionieri, altri li hanno resi schiavi, altri ancora si sono macchiati di sangue color cremisi».

«Appena ieri l’altro abbiamo seppellito i nostri compagni caduti. Onore a loro in eterno».
Furono in molti ad accusare il colpo quando il comandante si fece versare, con gesto odioso, un bicchiere d’acqua minerale per schiarirsi la gola davanti a quell’orda d’assetati.

«V’invito però a guardarvi attorno: il mare qualche volta cremisi come il fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini dell'Alameda sono ancora nostri ed è questo motivo sufficiente a farci pensare ai morti con riconoscenza per il valore del loro sacrificio. Quando tornerà la pace potremo ricostruire le nostre case dipinte di turchese e cremisi».

In quel momento s’intrufolò una frequenza spuria nell’impianto d’amplificazione e una voce femminile chiara come una pubblicità occidentale, accompagnata da una musichetta frivola, raggiunse le orecchie incredule degli astanti: «Tunica o gonnella lunga fin quasi al ginocchio, abbottonata sul davanti e con il collo rigido di colore cremisi come i risvolti delle maniche… bzz bz».

«Questa interferenza — riprese il comandante — mi è occasione per comunicarvi che, onde attingere a finanziamenti adeguati per la nostra causa e poter far fronte alle spese della guerriglia, ho accettato di sponsorizzare una grossa impresa straniera».

Un brusio serpeggiò tra la truppa e accrebbe di volume quando, direttamente dalla tenda del comandante, comparvero dieci ragazze in topless portando ciascuna un vassoio stracolmo di gelati confezionati che cominciarono a distribuire ai soldati allibiti ma assetati.
Scritta a caratteri cubitali, in rosso cremisi, sul capellino delle ragazze vi era la marca dei gelati: CREMISI la cremeria più buona del mondo.

Chissà che cosa fu, ma tra tutti solo un combattente non aprì la confezione del gelato appena ricevuto in dono. Il soldato Al rimase per tre secondi a osservare il cornetto ed ebbe la visione delle corna di Belzebù. Con un gesto che verrà ricordato negli annali della storia come comparabile a quello della piccola vedetta lombarda, alzò fieramente il braccio e scagliò il gelato in direzione del suo comandante colpendolo in pieno plesso solare.

Fu forse per imitazione o semplicemente perché questo gesto aveva risvegliato d’un colpo nei suoi compagni l’orgoglio patriottico che, con l’effetto di un detonatore, anche gli altri subito lanciarono i loro gelati contro il graduato, ricoprendolo in un secondo di crema cremisi ormai quasi liquefatta.

Per il soldato Al fu un trionfo. Lo alzarono di peso e lo portarono in corteo fin dentro la tenda del comandante gridando più volte il suo nome: «Al-Gida, Al-Gida, Al-Gida!»

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