L'urlo di Giana

L'urlo di Giana

L'urlo di una ragazza che viene aggredita, stuprata, uccisa.

Una fatto al quale la cronaca d'oggi ci ha ormai abituati. Orrendamente abituati. Divenuto tanto luogo comune da meritare un neologismo che di nuovo non ha proprio nulla: “femminicidio”. La leggenda ne ha tramandato uno di quasi mille anni fa, accaduto, o non accaduto (cosa che ai nostri fini ha poca rilevanza) proprio qui in Valsugana, sullo sfondo medioevale di Castel Selva con i suoi contadini sfruttati e la povertà dignitosa di gente che viveva di agricoltura e pastorizia.

Giana era una ragazzotta che portava al pascolo le sue mucche e che un giorno ebbe in sorte d'incrociare sul cammino il Signore del castello, probabilmente un tenutario incaricato dal Principe Vescovo di Trento che potrebbe essere Corradino da Caldonazzo o uno dei suoi eredi. Le componenti emotive di quell'incontro, le forze seduttive in gioco, il sopruso, la follia, il desiderio, sono le stesse che a distanza di un millenio si riproducono oggi con il 35% delle donne nel mondo vittime di violenza e in Italia sono state 128 nel 2015 le donne, uccise in quanto donne.

Racconta la leggenda che il signorotto di Castel Selva s'invaghì di Giana e subito tentò di circuirla senza troppe cerimonie. Ma lei gli resistette e lo derise per quella pretesa di averla, tanto che il nostro s'infuriò realizzando però subito che non l'avrebbe spuntata con quella pur bellissima ma impudente pastorella. Un fatto che non poteva permettere si divulgasse, un oltraggio di lesa maestà che richiedeva una punizione esemplare. Gli sgherri del Duca vennero in quattro a prendere Giana il mattino appresso. L'intimorirono, la strattonarono fino al castello e davanti al popolo spettatore il Signore le ribadì la sua indecente proposta.

Rifiutò nuovamente con tanto di sberleffo al maschio infoiato, «non aprirò certo le mie gambe al suo lurido scettro», si ritrovò a dire con una sicurezza che la sorprese, ma che accettò come un soccorso dall'Alto per vincere la paura del terribile momento. Su ordine del Duca, gli sgherri la presero, la legarono alle caviglie e ai polsi in modo tale da fissare l'altro capo delle corde alla cima di due piante che avevano piegato fino a terra. Giana non poteva credere che lo avrebbero fatto veramente e in cuor suo implorava Iddio di spezzare quelle piante o che almento il popolo insorgesse contro quella ingistizia.

Ma il popolo stava a guardare, non si mosse e gli alberi scattarono come una molla al che furono rilasciati. «Castel Selva è sventrato; ed ha sparpagliato sul prato viscere di Signoria. S’e sparso l’urlo di Giana, vergine in due spaccata, sul rosso pietrame; ed il selvaggio roveto copre di spine e di fiori il sepolcreto d’infranti amori», scrisse don Mario Bebber nel 1963 a ricordo di quel fatto che si ritrova pure nella toponomastica, essendo intitolato a Giana un noto sentiero che sale la montagna di Levico. L'urlo di Giana è stato raccontato nei filò per generazioni e risuona ancora oggi, più assurdo che mai.

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