Il Kazakhstan dopo le elezioni presidenziali

Il Kazakhstan dopo le elezioni presidenziali

Nei giorni scorsi si sono svolte le elezioni presidenziali in Kazakhstan.

Sulla situazione in quel paese ospitiamo l’analisi di Nikita Alexandrov.

Lunedì pomeriggio Le Monde non dedicava alcuna riga alle elezioni presidenziali del Kazakhstan. Elezioni anticipate, frettolosamente organizzate e dall'esito scontato: «Nursultan ha fissato la data della sua rielezione» ironizzava lo scorso mese la Nezavisimaya gazeta.

Nei circoli diplomatici di Astana e fra gli osservatori la voce aveva iniziato a circolare alla fine di gennaio, diventando ufficiale il 25 febbraio, quando il presidente Nursultan Nazarbaev, il “leader della nazione”, o meglio “capo del popolo” (Yelbasi), al centro di uno stravagante culto della personalità (si pensi alla gigantesca statua eretta nel Parco del Primo presidente di Almaty), annunciò con un discorso trasmesso dalla televisione che le elezioni presidenziali sarebbero state anticipate, adducendo come pretesto una presunta “anticostituzionale” sovrapposizione con quelle parlamentari.

Bizzarra spiegazione per un regime in cui la democrazia è più parvenza che sostanza, le opposizioni ridotte al silenzio, e le cui elezioni non sono prive di brogli nonostante il sostegno garantito al presidente: «Sono un rituale formale», sottolinea Dosym Satpayev, direttore del Kazakhstan Risks Assessment Group. Agli antipodi il giudizio di Riccardo Migliori (deputato del Pdl), per il quale «il grado di trasparenza e l’aderenza ai principi democratici del Kazakhstan sono superiori a quelli presenti negli Stati Uniti d'America».

Il risultato del 26 aprile ha confermato le facili previsioni. Contro Nazarbaev, due candidati di facciata, per mantenere il rispetto della forma: Turgun Syzdykov ha ottenuto lo 0,7% dei voti e Abelgazy Kusainov si è fermato l’1,6%. A Nazarbaev, invece, il 97,7%. Ha votato, secondo Kuandyk Turgankulov, capo della Commissione elettorale centrale, il 95,22% degli aventi diritto. Dato che molti osservatori e analisti hanno messo in discussione, pur confermando l’alta affluenza ai seggi. Un tempo si diceva «voto bulgaro», ma ora che in Bulgaria c’è la democrazia e le elezioni sono vere, si dovrà iniziare ad usare l’espressione «voto kazako».

Queste elezioni anticipate dall’esito scontato nascondono diversi problemi. Da una parte la successione a Nazarbaev, al potere dal 1989 (adesso si è assicurato altri 5 anni di presidenza), e ora quasi 75enne; dall’altra la caduta del prezzo del greggio che ridotto in modo significativo le entrate dello stato, il riverberarsi nel paese del nuovo corso politico di Mosca dopo l’annessione della Crimea e la guerra in Ucraina e le tensioni con la Russia generate della svalutazione del rublo che sta mettendo fuori mercato i prodotti kazaki.

Il Kazakhstan che ha beneficiato di oltre 200 miliardi di dollari in investimenti diretti dall’estero e che ha conosciuto nei 15 anni passati tassi di crescita tra l’8 e il 13%, ora è in sofferenza. Le previsioni del governo indicano una decrescita nel 2015 (dal 4,5% all’1,5), ma quelle di analisti indipendenti oscillano tra la crescita zero e un dato negativo.

Sono diversi i fattori che hanno contribuito a questa situazione di declino economico, ma quello principale è costituto dal crollo del prezzo del greggio. I prodotti energetici costituiscono il 25% del PNL e il 60% delle entrate dello stato. In origine, il bilancio dello stato per 2015 era stato elaborato su una previsione di un prezzo medio del barile di greggio pari a 103 dollari, ma il prezzo reale ora è inferiore del 50%. Il governo ha così dovuto aggiustare ripetutamente il bilancio dello stato, che ha subito una prima decurtazione del 10%, mentre altre revisioni sono probabilmente in vista.

A questi problemi se ne aggiungono altri che riguardano direttamente il settore estrattivo. Il Kazakhstan ha tentato di aumentare la produzione di greggio del 2-6% all’anno. Questa crescita si è interrotta nel 2010 per i ritardi nel giacimento petrolifero offshore diKashagan (e bisognerà aspettare ancora un biennio). Per far fronte a questi ritardi, Astana ha ordinato a tutti gli altri campi estrattivi di aumentare la produzione, ma senza successo: gli attuali bassi prezzi del greggio e gli alti costi operativi non hanno certo fornito incentivi. Per questo nel 2015 non vi sarà alcun incremento, di contro alla iniziale previsione governativa del 2%.

Il governo ha parimenti rivisto le previsioni sulle esportazioni per il 2015, riducendole del 44,7 rispetto al 2014. Questo crollo delle esportazioni è dovuto principalmente all’impossibilità di competere con i prezzi assai più bassi delle materie prime russe, dovuti alla svalutazione del rublo: nell’ultimo trimestre del 2014 le esportazioni di rame sono crollate del 93% rispetto all’anno precedente, quelle di alluminio del 26% e quelle di acciaio del 16%.

I bassi prezzi dei beni di consumo russi si stanno riverberando anche sull’economia interna. Acquistate oltre frontiera, sono crollate del 60% le vendite di autovetture. Sono stati colpiti in modo significativo molti altri comparti, fra cui quello degli elettrodomestici e quello dell’elettronica.

Nei supermercati del paese hanno così fatto la loro comparsa manifesti che invitano i consumatori a essere patriottici e acquistare prodotti kazaki. L’Unione economica euroasiatica sta dando frutti avvelenati. E così Mosca è stata in qualche modo ripagata con lo strumento da tempo impiegato verso i paesi vicini “disobbedienti”, dalla Georgia alla Moldova, ovvero il blocco delle importazioni di merci adducendo pretesti sanitari.

Ad Astana si sono accorti che anche i prodotti “Made in Russia” non rispettano standard qualitativi e sanitari. Il 13 aprile Anna Zibrova e Aleksandr Konstantinov, in un articolo pubblicato da Kommersant, scrivevano di una guerra commerciale in corso tra i due paesi. I kazaki hanno prima bloccato le importazioni di carne di maiale e di insaccati (troppi nitriti), poi è stata la volta della maionese e della cioccolata.

Il 10 aprile la risposta russa, con il blocco di carne bovina, frutta e verdura kazaka, cui ha fatto seguito l’accusa di fare transitare dal loro paese alimentari statunitensi sotto embargo in Russia... Così la settimana scorsa i kazaki hanno respinto la proposta di Valdimir Putin di introdurre una unica valuta all’interno dell’Unione economica euroasiatica. Il 22 aprile Timur Zhaqsylyqov, vice ministro dell’economia ha tagliato seccamente la testa al toro: «Il Kazakhstan ha una posizione chiara e coerente nell’escludere la possibilità di introdurre una valuta comune nel contesto dell’Unione economica euroasiatica».

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