Quella ferita che neanche papa Francesco...

 San Biagio

Probabilmente nessuno crederà a ciò che sto per raccontare, ma vi posso assicurare, per quanto possano valere le mie personali assicurazioni, che mi é successo veramente.

Domenica scorsa, verso le due del pomeriggio, mi trovavo a passeggiare sulla stradina, a Levico Terme, che porta fin sul colmo del colle di San Biagio ove esiste un'antica chiesetta recentemente restaurata. Stavo dunque salendo il colle quando, qualcosa che definirei un'ombra luminosa, mi si parò davanti come supportata da un intenso raggio di sole che filtrava tra la vegetazione. Abituato, come sono, a folli sogni a occhi aperti che mi fanno spesso immaginare una realtà inesistente, non vi posi granché caso e, scansandolo di lato, proseguii per il sentiero.

L'ombra, dopo alcuni istanti di sorpresa esitazione, mi si affiancò e, camminando con me, prese corpo sempre più consistente tale e quale una guardia svizzera, con tanto di alabarda, elmo e corazza.
«E tu chi saresti?», chiesi io, sempre convinto di parlare con un mio sogno.
«Mi chiamo Cédric», disse. "Passavo per caso da queste parti quando ti ho visto e ho pensato di scambiare due chiacchiere con te, vuoi?». «Certamente - risposi - fa pure. Non ho nulla da fare e ti ascolto volentieri».

Arrivammo fin sulla cima del colle in silenzio e Cédric cominciò a parlare allorché ci sedemmo su di una panchina di pietra posta dirimpetto la chiesetta. Io gli lasciai piena autonomia di espressione e cercai di non interromperlo poiché intuivo una forte emozione in lui e un grande desiderio di comunicare con me e di essere ascoltato. Di seguito quindi riporto, il più fedelmente possibile, le stesse parole che ha usato; seppure non avessi con me ne un blocco ne un registratore ciò che mi ha raccontato mi si é inciso nella memoria tanto era appassionato nel conferire con me.

«M'hanno accusato di aver ucciso il mio comandante Alois Estermann e sua moglie Gladys Romero e di essermi poi suicidato. Vorrei che tu sapessi per poi dirlo a tutti, vorrei che mia madre sapesse quello che già tiene per certo, che non sono stato io e le cose non sono andate come hanno detto in Vaticano. Sono stato solamente una vittima del caso. Sono casualmente incappato in uno sporco gioco di potere, una guerra interna al Vaticano e sono stato usato come copertura».

«Raccontami...», balbettai io che cominciavo a pensare di non aver digerito la polenta e funghi mangiata a pranzo.
«La mattina del 4 maggio 1998 ero stato precettato dal comandante Estermann e comandato ad andare a piantonare una stanza dove alcuni Vescovi asiatici stavano in riunione a causa del Sinodo dei Vescovi allora in corso. Verso le 13.oo, ma non ricordo con precisione, vedo aprirsi una porticina in fondo al corridoio, che sapevo portare attraverso una scalinata di servizio al seminterrato dell'edificio dove mi trovavo. Ne escono due individui vestiti come i blues brothers che si avvicinano con passo deciso verso la mia postazione. Quando li ho avuti davanti ho intimato loro di fermarsi e di identificarsi.

Uno disse: ti mostro subito il pass! E mentre poneva una mano in tasca per estrarlo l'altro mi aggirò e tirandomi da dietro con una mano che mi bloccava il mento mi infilò un ago di siringa nella gola e mi iniettò qualche cosa che mi fece addormentare all'istante. Mi risvegliai, non so quanto tempo dopo, legato ed imbavagliato in quello che avevo riconosciuto come il seminterrato dal quale erano sbucati quei due. Non indossavo più la mia uniforme, ma degli abiti civili di qualche misura più grande, che non erano miei. Un paio di jeans e una maglietta di lana nera che non ho mai posseduto.

Verso le otto e mezza di sera, lo so poiché sentivo suonare le campane, riecco i due tipi che mi avevano ridotto a quel modo. Ero spaventato e furente nello stesso momento. Quello un pò più alto mi si avvicinò piegandosi su di me e, a pochi centimetri dal volto mi chiese se avevo fame. Ero legato come un salame e cominciai ad agitarmi. Mi strappò d'un colpo il cerotto che avevo sulla bocca, m'infilò la canna silenziata della sua pistola fino all'ugola, e sparò».

«Tremendo!», dissi io oramai completamente preso dal racconto.
«Si! Tremendo!». Per un po' stette in silenzio, pensieroso, assente. Poi, senza che io gli avessi chiesto nulla, riprese: «Non é stato tanto diverso dall'esperienza che avevo fatto poche ore prima, intendo quella del sonnifero iniettato in gola. Fu come addormentarmi di nuovo. Mi risvegliai tempo dopo, non so dirti quanto poiché penso di aver perduto finanche il concetto di tempo. C'era mia madre, don Yvan Bertorello, alcuni miei compagni d'armi e il mio feretro».

«Non puoi immaginare cosa sia stato per me vedere una bara e cominciare subito a pensare che dentro c'era il mio corpo e sentire don Yvan che diceva a mia madre: "Stia tranquilla signora. Cédric é innocente! Lo hanno ucciso e ne ho le prove!". Mi parve un incubo e ci ho messo un bel po' per realizzare che ero veramente morto».
«Ma - intervenni - se questo don Bertorello ha le prove é tutto a posto, di che cosa ti preoccupi?». Sembrava sorpreso della mia ignoranza, era evidente la sua delusione per essersi imbattuto in uno che non ricordava o non conosceva per niente i fatti che aveva voluto narrarmi.

Mi disse: «Mi farai il piacere di andarti a leggere i giornali dell'epoca così non sarà stato inutile il nostro incontro. Don Bertorello é sparito! Nessuno sa più niente di lui e forse non può o non vuole dire più quello che sa».
«Tu hai un'idea di chi possa essere stato o del perché?», chiesi io con aria idiota.
«Francamente no! - disse - Non ho alcuna idea al riguardo, sono cose che sorpassano la mia comprensione e non posso pensare a nessuno che abbia potuto fare quello che hanno fatto. Io volevo tornarmene in Svizzera dalla mia famiglia. Avevo già preso contatti per un lavoro che avrei incominciato una volta congedato, ma poi...».

«Ma perché hanno poi detto che ti eri suicidato?».
«Non so nemmeno questo. Non capisco: io ho cercato sempre di fare il mio dovere al meglio, chiunque mi ha conosciuto può testimoniare della mia vita come quella di un normalissimo ventiquatrenne entusiasta di stare al mondo... non capisco perché hanno poi raccontato tutte quelle sciocchezze. Ora però vorrei che si sapesse che non c'entro nulla, che sono una vittima innocente. I miei compagni di caserma lo sanno, lo hanno sempre saputo. Anche il mio vecchio comandante lo sapeva, per questo i miei funerali sono stati come per un caduto in battaglia e non certo quelli di un suicida».

Oramai s'era fatto buio e Cédric aveva smesso di raccontare. Ce ne restammo lì, tutti e due, su quella panchina di pietra, a contemplare un punto indefinito per terra davanti a noi, io ripensando a quanto avevo sentito, lui non so. Poi mi girai ed era scomparso, così come era venuto se n'era andato, lasciandomi con dentro una quiete densa di dubbi e di domande che voglio regalarvi ora, pur sapendo della vostra incredulità.

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